Mario Iannuzziello è un contrabbassista, bassista, compositore e arrangiatore barese che ha costruito un percorso artistico fondato sulla ricerca e sulla contaminazione tra tradizione jazzistica e linguaggi contemporanei. Da alcuni anni porta avanti il progetto da band-leader, nel quale il modern-mainstream incontra suggestioni cinematografiche, pop e latin jazz.
Il suo nuovo singolo "The Dobler-Dahmer Theory", realizzato insieme ad Addison Frei e Diego Joaquin Ramirez per Alfamusic, conferma la propria cifra stilistica, fatta di ricerca e raffinatezza sonora.
Nella seguente intervista l’artista racconta la genesi del brano, il suo percorso artistico e la visione che anima la sua musica.
Mario, come nasce l'idea di "The Dobler-Dahmer Theory"?
Ho scritto questo brano nel periodo in cui vivevo in Olanda. L'idea nasce da una teoria che Ted Mosby formula nell'ottava stagione della serie tv How I Met Your Mother: lo stesso identico gesto romantico, portato all'estremo, può essere letto in due modi opposti a seconda di chi lo riceve. Se c'è un interesse reciproco, il gesto è Dobler (con riferimento a Lloyd Dobler, il personaggio di Say Anything che si presenta sotto la finestra dell'amata con il boombox alzato). Se invece l'interesse non c'è, lo stesso gesto diventa Dahmer, inquietante come un serial killer. Mi ha sempre incuriosito questo meccanismo, il fatto che non sia l'azione in sé a definirne il significato, ma chi la accoglie. Ho scritto il tema partendo da questa suggestione, e l'ho poi lasciato da parte per molto tempo, finché non ho capito che era perfetto per il progetto in trio che sto portando avanti oggi con Addison Frei e Diego Joaquin Ramirez.
Com'è avvenuta la collaborazione con Addison Frei e Diego Joaquin Ramirez?
Ho conosciuto Addison durante un progetto di cooperazione tra il Conservatorio di Torino e la Juilliard School di New York, sotto la supervisione di Emanuele Cisi e Furio Di Castri, ai quali devo la mia gratitudine, mentre il legame con la scena newyorkese si è poi consolidato anche grazie a figure come Ben Wolf, Rodney Jones e James Burton III.
Ho seguito le tappe dell’affermazione di Addison come uno dei principali talenti sulla scena newyorkese, e solo in tempi recenti ho avuto la fortuna di poter collaborare davvero con lui, a partire da questo progetto in trio.
Conosco invece da meno tempo Diego, un musicista di straordinaria sensibilità, con una padronanza dello strumento tale da rendere semplici anche i passaggi più difficili, dando l'impressione di aver suonato la mia musica per anni, quando in realtà l'ha eseguita in studio di registrazione dopo una sola prova nel suo studio a Brooklyn.
Sono molto orgoglioso di questo trio, e della sinergia naturale e spontanea che si è creata tra noi.
La tua musica unisce jazz e riferimenti alla cultura pop. Quanto è importante per te costruire un ponte tra questi due mondi?
In realtà non la vivo come una costruzione intenzionale; è più un accostamento naturale, dovuto in questo caso al titolo del brano. Penso che sia normale lasciarsi permeare da ciò che ci circonda, che sia l'arte, la poesia (come nel caso del titolo dell'album), o, perché no, uno sketch semiserio preso in prestito da una famosa serie tv. Non ho preclusioni in merito. Questa musica viene troppo spesso rappresentata come seriosa, quasi dovesse portare a forza il fardello della propria complessità. Non è necessariamente così.
Nella storia del jazz, molti autori, dagli anni ‘50 in poi, hanno attribuito alle proprie composizioni titoli buffi o curiosi: il maestro indiscusso, in questo senso, è Thelonious Monk. Credo serva sempre un equilibrio tra il comico e il drammatico, sia quando si tratta di dare un titolo a un brano, sia quando ci si lascia andare a un'idea musicale estemporanea, senza poi preoccuparsi troppo del significato che le viene attribuito a posteriori.
Sei contrabbassista, bassista, compositore e arrangiatore. In quale di questi ruoli senti di esprimere maggiormente la tua personalità artistica e perché?
In tutti e in nessuno. Avendo abbondantemente superato i trent'anni, con tutta l'esperienza che ne consegue, non credo abbia più senso ragionare per compartimenti, specialmente oggi.
Il contrabbasso è lo strumento che suono e studio più di frequente, ma questo non cancella il mio grande amore per il basso elettrico, strumento che mi vede oggi più attivo in campo didattico che performativo.
La composizione e l'arrangiamento sono poi un prolungamento fisiologico del lavoro di ogni strumentista. Scrivere musica è una naturale esigenza comune a molti artisti o amatori che si cimentino con uno strumento musicale, anche solo per gioco.
Arrangiare invece, cosa che si può fare a più livelli, non è altro che cucire idealmente un abito su misura per la musica scritta da altri o da noi stessi, cercando sempre di tenere a mente ciò che quella musica richiede. Alla luce di tutto questo, la mia personalità prende forma in ognuno di questi aspetti, e forse, in nessuno.
Cerco comunque di restare coerente: quando riesco a interiorizzare un suono che sento davvero mio, scrivo o suono quello.
Quali sono gli artisti, le principali fonti, che influenzano la tua scrittura e la tua ricerca musicale?
Da qualche anno la mia ricerca esplora i punti di contatto tra il jazz contemporaneo, in particolare sulla scena newyorkese attuale, e la musica classico-accademica del primo Novecento, soprattutto la scrittura cameristica di autori come Ravel, Dvořák, Debussy, e in seguito Aram Khachaturian, di cui sono grande ammiratore.
La stessa operazione è già stata condotta da musicisti come il trombettista Tom Harrell, penso in particolare al suo album First Impressions, e dalla straordinaria contrabbassista Linda May Han Oh, con Aventurine. Su queste basi cerco di indagare una possibile convergenza tra questi due mondi, che riguardi tanto la prassi esecutiva quanto la scrittura.
Sul piano degli ascolti e delle influenze in senso più assoluto, faccio i nomi di contrabbassisti come Percy Heath, Paul Chambers ed Eddie Gomez: ognuno legato a me per ragioni che hanno a che vedere con il suono e il timing.
Di Percu Heath amo il suono e la cosidetta tone consistency (l’abilità di suonare una linea di basso con la medesima intenzione, controllo, attacco e volume), di Chambers amo il sustain di ogni nota e lo sviluppo sul contrabbasso di fraseggi tipici dell’estetica del be-bop, sino ad allora relegati ad altri strumenti, e di Eddi Gomez la versatilità melodica ed il conseguente sviluppo di idee e frasi, che a mio parere non ha eguali sul contrabbasso. Per quanto riguarda invece la composizione organica al linguaggio idiomatico del jazz, e l’arrangiamento, i miei riferimenti sono Vince Mendoza, Maria Schneider e Rich De Rosa.
Cosa rappresenta questo nuovo progetto per il tuo percorso artistico?
È una tappa essenziale nella mia crescita personale e artistica, una pietra miliare nel mio percorso di musicista. Lo è tanto per i musicisti coinvolti quanto per la maturità e l'universalità dei concetti che ho cercato di esprimere, facendo riferimento alla poetica di Anne Sexton che ha ispirato la title track.
Sono poi orgoglioso di aver realizzato questo progetto a New York, città che frequento da anni: un'occasione per aprire un dialogo autentico con musicisti che sono parte integrante della scena musicale newyorkese.
Obiettivi futuri?
Mi piacerebbe continuare l' esplorazione del rapporto tra musica cameristica e jazz contemporaneo, muovendomi verso una sperimentazione sempre più contemporanea e aperta ai nuovi linguaggi. Allo stesso tempo prevedo di tornare a suonare in piccole formazioni, privilegiando però un'idea di suono d'insieme che prevalga sulle identità solistiche. Vorrei inoltre fare i primi passi nel campo dell'editoria didattica e della saggistica, in particolare riguardo il rapporto tra musica e immagine: un progetto a cui lavoro già da tempo, anche se finora in modo marginale rispetto alla mia attività di musicista e compositore.



