Predatrice, provocatrice e libera da ogni compromesso: AvA è un'artista che ha trasformato la propria storia in un manifesto di emancipazione.
Il progetto nasce nel 2019 dalle ceneri della band tutta al femminile Calypso Chaos, di cui AvA era la frontwoman. La cantautrice è tornata con Troppo Grande, il nuovo singolo pubblicato da Red&Blue Music Relations e distribuito da ADA Music Italy, disponibile in radio e su tutte le piattaforme digitali.
Più di una canzone, Troppo Grande è una dichiarazione d'intenti: un reggaeton ironico e tagliente che nasce dall'etichetta di essere stata giudicata "troppo vecchia" per una major e che ribalta quell'insulto in un inno provocatorio che denuncia i pregiudizi legati all'età e il sessismo nell'industria musicale.
La musica di AvA è il manifesto della ribalta personale a discapito di una società che ci vorrebbe inermi, disillusi e arresi all’impotenza. È la dimostrazione che chiunque ha il potere di cambiare la propria vita senza dover scendere a compromessi, anche se si è donne.
AvA, come nasce il brano "Troppo Grande"?
Nasce da una frase che mi è stata detta con l'intenzione di farmi sentire fuori tempo massimo. Ho pensato: perfetto, allora ci scrivo una canzone e vi insulto tutti ma con eleganza. Viviamo in un'epoca in cui una donna viene definita "troppo grande" a quarant'anni, mentre un uomo della stessa età viene definito "nel pieno della maturità". Mi sembrava un'assurdità troppo divertente per non trasformarla in musica. Le donne hanno sempre fatto paura e continueranno a farla.
Nei tuoi lavori ritorna spesso l'idea di trasformare le fragilità in forza. "Troppo Grande" rappresenta un nuovo tassello di questa filosofia?
Più che trasformare le fragilità in forza, mi piace togliere potere ai giudizi degli altri. Il brano "Fammi Fallire" parla del diritto di sbagliare, "Troppo Grande" parla del diritto di esistere senza chiedere scusa per l'età che hai. La cosa divertente è che il problema non è mai la tua età. È l'ansia che provoca agli altri.
Musicalmente hai scelto il reggaeton, un genere spesso associato a leggerezza e sensualità. Ti è sembrato il linguaggio più efficace per raccontare un tema delicato?
Perché se devo dare uno schiaffo, preferisco farlo mentre balli. Il pop viene spesso trattato come un genere superficiale. Io penso il contrario. Se riesci a infilare un messaggio scomodo dentro una canzone che ti resta in testa tutto il giorno, hai fatto centro. Le prediche non le ascolta nessuno. I ritornelli sì.
Nella tua carriera hai sempre scritto e prodotto la tua musica, scegliendo un percorso molto indipendente. Quanto conta, oggi, preservare la propria libertà artistica anche a costo di rinunciare a opportunità apparentemente più grandi?
Conta più del successo. Le opportunità che ti chiedono di diventare la copia di qualcun altro non sono opportunità, sono compromessi di bassa lega e frutto di una mente che non ha reali capacità imprenditoriali.
Preferisco rimanere nessuno e poter firmare ed essere proprietaria dalla A alla Z di ogni parola che canto, piuttosto che avere qualcuno che mi dica cosa dovrei essere per funzionare e a cui regalare il 90% del mio lavoro.
Questo però non piace e spaventa. Sanno perfettamente che se dessero l’occasione a una come me, non si tornerebbe più indietro e dovrebbero imparare a fare davvero il lavoro che fanno, perché al momento è solo imitazione, aperitivi e moda di stadi sold out.
Tolto qualcuno che davvero ha il merito di stare dove sta, tipo Tiziano Ferro (giusto per citare un nome), tutti gli altri sono fuffa, figli di gestioni fuffarole e mode altrettanto passeggere: niente di cui ci ricorderemo o che canteremo tra 10 anni. Perché semplicemente non c’è onestà. Non c’è sostanza, hanno solo ereditato società da chi sapeva fare questo mestiere e ora imitano i vecchi che hanno costruito l’industria. Non c’è niente che non sia il clone del clone di artisti internazionali e con i soliti 4-5 anni di ritardo. Non arriviamo mai primi in qualcosa e nessuno ci copia più niente. Siamo ridicoli e sul mercato globale contiamo zero.
Il tuo progetto è nato nel 2019 e negli anni ha attraversato diverse fasi. Qual è l'evoluzione che senti di aver compiuto come artista e come persona?
Ho deciso di non salire sul treno dei cloni e ho preferito fare da sola. Sembra una frase fatta, ma è liberatoria. Quando smetti di inseguire il consenso conta solo l’identità e l’onestà intellettuale. Magari piacerai a meno persone, ma quelle che resteranno sapranno esattamente chi sei.
Cosa desideri che arrivi al pubblico attraverso la tua musica?
Che si faccia qualche domanda. Non mi interessa insegnare niente a nessuno, non ho mai avuto questa presunzione. Mi interessa incrinare qualche certezza, provocare, dire le cose come stanno anche quando danno fastidio anzi soprattutto. Se una mia canzone riesce a far sorridere e, cinque minuti dopo, a mettere leggermente a disagio…, allora sta funzionando.
Progetti futuri?
Continuare a fare esattamente quello che molti consigliano di non fare. Scrivere quello che penso, mischiare generi, provocare quando serve e non rincorrere le mode. Le mode passano in fretta, lo stile resta.






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